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lunedì 30 maggio 2011

Orti in cerca di una città

Un anno fa, in università, progettavo un orto urbano.
Avevo letto alcuni saggi nella raccolta curata da Paola Bonora e Pier Luigi Cervellati "Per una nuova urbanità dopo l'alluvione immobiliarista": è stato allora che mi sono innamorata dell'orto urbano e mi sono convinta della necessità di ri-creare una neoruralità.

Oggi il territorio è regolato dalle sole leggi economiche, che inseguono lo sviluppo. Ma il mercato è un sistema regolatore miope: non possiede la creatività necessaria per sostituire le risorse irriproducibili. Riduce ogni bene a merce, asserve il consumo alla produzione e marginalizza il lavoro, mero strumento produttivo. Edoardo Salzano evidenzia le conseguenze del diffuso sistema di trattamento del territorio secondo la logica di mercato, che crea centri commerciali, outlet e altri non luoghi in cui cercare la propria identità in vetrina; sottraendo la vita alle piazze (transennate o presidiate da forze dell'ordine per preservarne "l'integrità") e chiudendo le risorse naturali in parchi chiusi e isole ecologiche asfissiate.
Bisogna superare il regime della conservazione e dello sviluppo. Bisogna adottare un nuovo modello, un nuovo approccio.

Quando gli insediamenti urbani sconvolgono gli equilibri ambientali, e gli immobili seppelliscono le identità locali, quando muore "la ville" e l'agricoltura diventa industriale è necessario un intervento, un ripensamento nelle strategie di trattamento del territorio.
Alberto Magnaghi indica allora un approccio olistico e partecipato ai diversi elementi che definiscono la regione; propone la valorizzazione del territorio e pianifica una serie di interventi che mirano alla riconnessione ecologica della città con il suo green core. Che significa: chiusura locale dei cicli di produzione e consumo, e manutenzione collettiva del territorio.
E' dunque necessario ripristinare le relazioni economiche e sociali tra campagna e città per ri-affermare i valori patrimoniali di una comunità locale: la campagna ha una funzione rigeneratrice della qualità urbana. E' questa l'idea alla base del progetto di Magnaghi per la realizzazione di una bioregione urbana policentrica in Toscana.

Ho letto, condiviso e assorbito queste visioni.
Ho pensato che avrei dovuto occuparmi anche io di quei piccoli fazzoletti di terra ancora bianchi, in attesa di subire l'urbanizzazione o l'industrializzazione. Ho pensato che attivando un orto urbano avrei potuto prendermi cura di una piccola parte di territorio, creare un luogo di relazione non solo commerciale ma anche sociale. Insieme alla mia amica e collega, progettammo uno spazio rurale a Bologna, nel quartiere Navile.
...il progetto è rimasto un sogno, il sogno è rimasto in queste slide -ahinoi. Non abbiamo avuto le risorse per poter portare avanti l'idea. Ma mentre il nostro restava un sogno, continuavamo a veder fiorire inziative neo-rurali.

Un esempio.
A Vercelli nasceva un Cyber-Orto a misura di clic. La coltivazione a distanza è l'idea di tre fratelli agricoltori della cascina Pozzuolo di Santhià. Giovanni, uno dei tre, ha addirittura lasciato la professione medica per dedicarsi completamente all'attività (e io non potevo rinunciare agli esami?!).


Un altro esempio, made in Bologna e più recente.
Orto 47. Un blog, ma è anche un orto vero. Serena e Giusy hanno adottato un pezzo di extraurbano: coltivano prodotti bio e il sogno di una nuova ruralità. A destra potete vedere il primo germoglio d'insalata, l'hanno mangiata per la prima volta qualche giorno fa...
Orto 47 è già un punto di incontro, chiama a sè i consigli degli anziani e gli aperitivi dei più giovani. Repubblica gli dedica un articolo e presto AvanguardiaLab intervisterà le contadine metropolitane.
Orto 47 non è un'isola, un'oasi di pace chiusa: ha carattere espansivo. E io non vedo l'ora di farmi contagiare!
E voi?